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Mar

Intervista ad Anna Skoromnaya – MASTACTVA Art Magazine

Di Liubou Hauryliuk, MASTACTVA art magazine, numero 2/2022, pp. 6-9.

       

Arti visive / I nostri “stranieri”

“Chi è Anna Skoromnaya?”

Lo confesso, ho visto per la prima volta il nome di Anna Skoromnaya su un manifesto italiano. E quale! Una giovane artista bielorussa alla mostra dell’Arte Laguna Prize – uno dei concorsi internazionali più influenti nell’ambito dell’arte contemporanea all’Arsenale di Venezia. Questo mi ha molto emozionato e, ovviamente, ha catturato la mia attenzione. Ogni anno più di diecimila opere (quest’anno erano circa dodicimila) realizzate dagli artisti provenienti dai cinque continenti, vengono valutate da una prestigiosa giuria internazionale. La selezione si tiene in tre fasi: già nella prima la quantità dei candidati viene ridotta attorno ai trecentocinquanta, dopo ne rimangono circa duecento. Alla fine, tra tutte le dieci categorie, soltanto centodieci artisti sono i finalisti che prendono parte alla mostra all’Arsenale di Venezia.

Con Anna ci siamo conosciute virtualmente, il che oggi non sorprende, ma la serietà con cui l’artista ha affrontato la conversazione è stata una sorpresa. Il risultato finale è una storia di successo e questo per me è comprensibile, quando dietro ad una così bella immagine c’è tanto lavoro. Molto studio e pratica, esperienza di vita in un altro Paese, padronanza non solo dei vari aspetti dell’arte contemporanea, ma anche del vasto panorama culturale in cui ci siamo trovati nel primo quarto del XXI secolo. Ciò è in gran parte legato anche ai generi utilizzati, arte multimediale e video arte: ricerca, sperimentazione, e tecnologie originali.

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Premio Arte Laguna: stimoli, livello, contesti. Mi racconti del suo nuovo progetto veneziano e del concorso stesso. I Bielorussi non vi hanno mai preso parte prima?

Diventare una dei dieci finalisti nella categoria Video Arte e Cortometraggi per me è stato uno stimolo importante a continuare il mio percorso professionale. Inoltre, come prima rappresentante del nostro Paese ad essersi qualificata come finalista e ad aver ricevuto un Premio Speciale nei quindici anni di storia dell’Arte Laguna Prize provo una grande soddisfazione: l’opportunità di rappresentare l’arte contemporanea bielorussa ad un alto livello internazionale, in contesto come questo ed in uno degli spazi espositivi più speciali e più desiderati al mondo.

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Le specifiche dell’Arsenale sono fantastiche… Come è riuscita ad integrare un progetto digitale contemporaneo in uno spazio storico così maestoso?

L’Arsenale di Venezia è davvero uno dei luoghi espositivi più singolari e suggestivi. Non solo perché è la sede della Biennale di Venezia, ma anche per la sua straordinaria bellezza. Qui storia, tradizione e stile si fondono per creare un’atmosfera unica. Lo stesso processo espositivo all’Arsenale di Venezia è stato per me una delle emozioni più forti e brillanti dell’ultimo anno. La mostra dei finalisti del Premio si tiene in contemporanea con gli ultimi due mesi della Biennale, che dà l’opportunità di attrarre l’attenzione dei suoi visitatori, centinaia di migliaia di persone provenienti da diversi paesi, ecco perché è così significativa e funge da trampolino di lancio per ogni partecipante. La storia del mio progetto, selezionato dalla giuria dell’Arte Laguna Prize, inizia nel 2018 quando stavo preparando la mia mostra personale al Museo CUBO di Bologna. Lì mi sono state offerte due grandi sale, una delle quali era una mediateca con tutte le attrezzature necessarie: innumerevoli monitor, sensori, sistemi audio e software. Allora, appositamente per quello spazio, ho deciso di realizzare un’opera digitale monumentale, 9 per 3 metri, “Sweet Corner”, disponibile per gli spettatori solo per i tre mesi della mostra. Quando “Sweet Corner” tre anni dopo è stato selezionato in finale al Premio Laguna, ho realizzato che l’Arsenale di Venezia non solo mi offriva un’incredibile opportunità, ma mi poneva anche delle sfide tecniche non meno difficili. Da una parte avevo l’eccezionale occasione di rielaborare il progetto praticamente da zero, adattandolo al nuovo spazio (potevo fare un’installazione site-specific!), dall’altra la realizzazione di un progetto innovativo, con l’utilizzo di tecnologie molto diverse e in parte nuove rispetto a quelle usate in precedenza, era diventato un compito arduo. Tuttavia, questo mi ha suscitato al contempo una grande fonte d’ispirazione e di conseguenza il lavoro a sua volta mi ha portato grandi soddisfazioni.

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Può dirmi di più del concetto e del linguaggio espressivo dei suoi progetti? Si sono evoluti in tutti questi anni?

I temi che mi interessano di più riguardano le contraddizioni e i paradossi presenti nella società contemporanea. Nella prima serie di opere, “SOS CODE” (2014), ho iniziato ad analizzare le relazioni e le condizioni di vita degli individui, riflettendo sulla mancanza di comunicazione tra loro e focalizzando l’attenzione sui meccanismi di condizionamento e di esclusione degli Altri, coloro che vengono percepiti come diversi. Nella successiva serie, “KINDERGARTEN” (2017), per me era importante continuare la ricerca, accentuando l’attenzione sul fatto che in una società tecnologicamente avanzata ci sono comunque innumerevoli fenomeni di sfruttamento dei soggetti più vulnerabili ed indifesi, come ad esempio i bambini. Lavorare su questi temi ha contribuito alla formazione di un linguaggio espressivo in grado non solo di mettere a fuoco i contrasti e le contraddizioni, ma anche di farli risaltare. Negli ultimi anni questo linguaggio mi ha permesso di perfezionare e utilizzare due tipologie di strumenti contemporaneamente: innanzitutto i media digitali, innovativi e talvolta unici, sviluppati da me (ho lavorato con ologrammi, video, dinamiche immagini create con diversi tipi di software e di computer); in secondo luogo materiali intenzionalmente contaminati (come ruggine o vari tipi e processi di corrosione fisica e chimica). La video-installazione “Sweet Corner” presentata all’Arsenale, riunisce miei vari video che descrivono diversi aspetti dello sfruttamento infantile: dal lavoro minorile, moderna forma di schiavitù, fino all’uso dei minori da parte delle organizzazioni terroristiche pseudo-religiose come combattenti nei conflitti armati, per arrivare al tema delle bambine spose e del barbaro rituale dell’infibulazione. L’idea è quella di creare un netto contrasto, utilizzando due diversi livelli di comunicazione: tredici singole scene riprodotte in un unico loop ricorrente ed accompagnate dal delicato suono di un carillon, ma altamente drammatiche. Il panorama di un parco giochi è solo a prima vista sereno, lo spettatore si trova di fronte, infatti, ad una contraddizione radicale tra l’immaginario ideale, suggerito persino dal titolo “Sweet Corner” (“angolo dolce”), e la cruda realtà. È interessante notare che il titolo può essere tradotto in bielorusso anche come “tavola dolce” ed anche questo ha un significato figurato ed espande il senso di ciò che sta accadendo. Quest’opera, come tutta la serie, richiama l’attenzione sul problema: la società contemporanea, accecata dal progresso tecnologico, continua, come nel medioevo, lo sfruttamento delle persone, invisibile a prima vista, ma profondamente radicato.

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Le tecnologie digitali rappresentano il nostro tempo. E me”.

Secondo lei, le nuove tecnologie sono la lingua del mondo futuro? Vedo che le sono vicine già oggi.

In effetti la tecnologia ha sempre avuto un posto speciale nel mio mondo. Ricordo come i primi anni ’90 hanno coinciso con la repentina comparsa nelle nostre case delle innovazioni tecnologiche, come i personal computer, e ci siamo resi conto che tutti questi nuovi dispositivi potevano davvero cambiare le nostre vite. Ricordo la mia gioia per l’apparizione in casa della prima videocamera, di un’attrezzatura audio, il notebook, fino al mio primo tanto desiderato Macintosh. La scelta di utilizzare i nuovi media nel mio lavoro è legata a quelle lontane emozioni, oltre che alla consapevolezza che costituiscono lo strumento che di più rappresenta i nostri tempi. Mi permettono di esprimermi con maggiore dinamismo e multisensorialità, che trovo non solo moderni, ma anche più vicini alla mia sensibilità artistica. Già nella serie “SOS CODE” la tecnologia era diventata parte integrante dei miei mezzi artistici: ho iniziato la ricerca e le sperimentazioni con la luce LED subito dopo la laurea in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze; volevo superare la staticità delle immagini che mi è sempre sembrata un limite. Così ho creato la mia prima serie di opere multimediali, utilizzando una tecnica completamente inedita che ho denominato “Dynamic Lightbox”. Le figure nelle immagini sono in movimento e in continua trasformazione grazie a un’illusione ottica creata attraverso il movimento della luce LED incorporata. L’uso del suono completa l’opera e allo stesso tempo consente allo spettatore di percepire in modo multisensoriale il tema trattato. Nella serie “KINDERGARTEN”, ho introdotto delle tecnologie olografiche, alcune delle quali innovate, oltre ai monitor incorporati, trasformando i miei lavori in delle videosculture e videoinstallazioni. Per me è importante che “Sweet Corner”, l’opera selezionata per l’Arsenale, sia un progetto completamente digitale, pensato per 10 monitor, ognuno dei quali riproduce il proprio segmento video. Ogni minuto i monitor vengono sincronizzati tra loro grazie a un particolare software, trasformandosi così in un unico grande video wall di 7 metri per 3.

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Le interessano le mostre più tradizionali, in particolare quelle collettive? In cosa vede la loro importanza?

Le mostre personali, dove è possibile mostrare il proprio linguaggio espressivo in forma più estesa e coprire un determinato periodo di lavoro, offrono grandi opportunità. Nelle mostre collettive la cosa più difficile è quella di creare un’esposizione armoniosa e al contempo valorizzare comunque l’unicità di ciascuno degli artisti. La creazione di tale armonia può avvenire solo grazie alla ricerca da parte del curatore di quell’invisibile “fil rouge”, ovvero quella sottile inscindibile connessione tra opere eterogenee e diverse. Ciò richiede una grande abilità curatoriale, per trovare un’armonia nella collocazione delle opere all’interno dello spazio espositivo. Quando ciò riesce, l’artista ha possibilità di entrare in dialogo con il lavoro dei colleghi, con altri temi ed altre espressioni artistiche; allora, ovviamente, questo può arricchire ognuno degli artisti e favorire la loro crescita. Quest’anno, a causa della situazione di emergenza sanitaria, alla mostra dei finalisti dell’Arte Laguna Prize le due edizioni del concorso sono state esposte insieme, per cui sono stata testimone di una proficua collaborazione tra i rispettivi curatori, Igor Zanti e Matteo Galbiati. Per molti anni loro hanno curato premi a livello internazionale e lavorato come curatori di importanti mostre in Italia e all’estero; anche quest’anno hanno fatto anche un ottimo lavoro curatoriale. Come artista mi è piaciuto molto il modo in cui le installazioni tridimensionali hanno invaso lo spazio, completando quelle bidimensionali presenti sulle pareti e sottolineando l’unicità delle opere di ognuno degli artisti. Direi che una mostra collettiva di successo è quella che porta il pubblico e gli artisti stessi a riflettere sullo stato attuale dell’arte e sia capace di evidenziarne le sue molteplici sfaccettature negli aspetti più sorprendenti.

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Il mio universo è un globo”.

Se dovesse presentare al lettore la sua mappa dell’Italia, come sarebbe?

Sono nata a Minsk e ci ho vissuto per ventidue anni, ma già da quattordici vivo in Italia, che è diventata la mia seconda casa. Il mio viaggio in questo Paese è iniziato a Firenze, città d’arte. L’ho scelta quando ho vinto una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano mentre studiavo ancora all’Accademia di Belle Arti di Minsk, così ho avuto l’opportunità di laurearmi in una delle migliori Accademie del mondo. La mia prima serie, in cui la tecnologia ha avuto un ruolo decisivo, “SOS CODE”, è stata realizzata a Sanremo, città di mare nota per il Festival della Canzone Italiana. Successivamente sono diventata lì docente di pittura e disegno presso l’Accademia di Belle Arti, dove insegno ormai da otto anni. Alcuni miei lavori sono stati esposti nella vicina Monte Carlo, nel famoso nuovo Yacht Club, dove ho avuto anche l’onore di conoscere di persona il Principe Alberto di Monaco. Ho partecipato a mostre collettive in Slovenia e a Praga e la prima mostra personale (2017) si è svolta nei tre mesi estivi presso la Must Gallery di Lugano. Negli anni successivi la mia attività è cresciuta e la geografia dei nuovi progetti si è ampliata; ovviamente è stata una soddisfazione esporre non solo in Italia, a Milano, Torino, Bologna, Trieste, Venezia, ma anche in altri paesi europei e recentemente in Cina. Nel 2021, oltre all’Arsenale di Venezia, sono stata selezionata per partecipare alla Biennale d’Arte Contemporanea JCE (Jeune Creation Europeenne), dove, dopo la prima mostra a Le Beffroi de Montrouge a Parigi, ho esposto al museo dell’Empordà di Figueres in Spagna e al museo municipale Amadeo de Souza-Cardoso di Amarante in Portogallo. Il 31 dicembre 2021 si è conclusa poi l’importante mostra “Art Nova 100”, tenutasi al Guardian Art Center di Pechino, dove è stata esposta una mia opera in quanto vincitrice di un Premio Speciale all’Arte Laguna Prize. Proprio in questi giorni è infine arrivata anche la bella notizia che sono tra i finalisti del Premio Exibart 2021. Adesso vivo a Genova, dove ho aperto il mio studio e nel quale vado con gioia ogni mattina. L’obiettivo per il nuovo anno è mantenere accesi l’ispirazione e l’entusiasmo per creare sempre delle nuove opere.

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Le differenze culturali sono una preziosa opportunità di conoscenza”.

Su uno dei manifesti lei rappresenta l’Italia. Questo significa che l’artista bielorussa si è trasformata in un’artista italiana?

Penso che il successo stia nell’equilibrio. Con un percorso di vita particolare come il mio è molto importante non concentrarsi sulle diversità culturali, di mentalità e dei percorsi d’istruzione, ma considerare le differenze come una preziosa opportunità per ottenere una visione del mondo più ampia. Così è stata anche la mia formazione: ha riunito diversi approcci e modi di vedere l’arte. Quando sono venuta in Italia avevo già un’ottima e solida base di disegno, pittura e composizione, acquisita prima al Collegio d’Arte di Minsk e poi alla Facoltà di grafica all’Accademia Statale di Belle Arti di Bielorussa. Le conoscenze accademiche che avevo sono state fondamentali in ogni fase dei miei studi successivi; persino come docente all’Accademia di Belle Arti di Sanremo infatti cerco di trasmettere ai miei studenti i principi della scuola russo-bielorussa di disegno e di pittura. All’Accademia di Minsk mi piaceva particolarmente il corso di composizione e ricordo ancora con gratitudine i professori Vladimir Savich e Valentina Sidorova Anche adesso la composizione è uno degli strumenti creativi che utilizzo costantemente, non solo nelle opere bidimensionali, ma anche nella costruzione delle installazioni tridimensionali e delle videosculture. Probabilmente è per questo che nel 2021 l’Accademia di Belle Arti di Yunnan (Cina) mi ha invitato a tenere una serie di workshop sull’argomento “La composizione nell’arte contemporanea”. L’Accademia di Belle Arti di Firenze, invece, mi ha fornito delle conoscenze del tutto diverse; qui ho potuto concentrarmi in particolare su una sola vera domanda, una volta peraltro postami anche da un mio anziano docente di pittura: “Chi è Anna Skoromnaya?” Quest’interrogativo ha dato origine a un processo di riflessione grazie al quale ho realizzato che, oltre a un disegno ben fatto, è importante il suo contenuto, il concetto e la capacità di creare nuove forme espressive e gli esperimenti costanti mi hanno aperto nuove possibilità. Due diverse esperienze formative, varie influenze culturali e partecipazione attiva alla vita artistica internazionale mi hanno permesso una comprensione più profonda dell’arte contemporanea. Quando il Comitato di Giuria della Biennale d’Arte Contemporanea JCE mi ha selezionata per partecipare alla serie di mostre previste in sette diversi paesi dell’UE, mi sono sentita doppiamente onorata, sia come artista di Minsk che partecipava ad un evento artistico tanto significativo, quanto allo stesso tempo come rappresentante scelta da parte dell’Italia, Paese che è in qualche modo la culla delle belle arti.

Febbraio 2022

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1. Anna Skoromnaya

2-3. “Sweet Corner”. Video wall, 10 monitor Full HD, audio. 2021. Mostra dei finalisti dell’Arte Laguna Prize 2020-21, Arsenale di Venezia, 2021.

4. Mostra personale “Anna Skoromnaya. KINDERGARTEN. Childhood Denied”, museo CUBO Unipol. Bologna, Italia, 2018.

5. “Sweet Carousel”. Video, audio, 2021.

6. “Popcorn Machine”. Ologrammi, plexiglass lucido e satinato, audio. 2017.

7. “Cotton Candy Maker”. Ferro verniciato, 2 monitor Full HD, tessuto, audio. 2018-2019. Biennale d’Arte Contemporanea JCE (Jeune Creation Europeenne). Parigi, Francia.

8. “Homeward”. Stampa Lambda, dynamic lightbox, audio, 2015. Mostra dei finalisti del Premio CBM, Art Salon S Gallery, Praga, Repubblica Ceca. 2016.

9. Dettaglio della videoscultura “Cream Hand Mixer # 2”.

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